L’errore più comune è confondere una generazione tecnologica con il piano nazionale che finanzia determinati investimenti. Per comprendere la differenza tra Industria 4.0 e 5.0 occorre invece separare tre livelli: il paradigma industriale, le tecnologie impiegate e gli strumenti fiscali adottati dai singoli Paesi.
L’Industria 4.0 descrive soprattutto la trasformazione tecnologica e digitale dei processi produttivi. L’Industria 5.0 non azzera quel percorso: ne amplia gli obiettivi, introducendo come criteri espliciti la centralità delle persone, la sostenibilità e la resilienza. La differenza decisiva non consiste quindi nel passaggio obbligato da una tecnologia vecchia a una nuova.
Dal 4.0 al 5.0: un complemento, non una staffetta
Il passaggio documentale diventa esplicito il 5 gennaio 2021, quando la Direzione generale Ricerca e innovazione della Commissione europea pubblica il rapporto redatto da Maija Breque, Lars De Nul e Athanasios Petridis. Nel documento europeo dedicato all’Industria 5.0, il nuovo modello viene presentato come complementare al paradigma 4.0.
Non si annuncia dunque il pensionamento della fabbrica digitale. Cambia piuttosto la domanda rivolta all’innovazione industriale. Il 4.0 chiede come integrare tecnologie, informazioni e processi; il 5.0 aggiunge domande sul valore prodotto, sui destinatari di quel valore, sui limiti ambientali e sulla capacità dell’impresa di affrontare le discontinuità.
Questa evoluzione impedisce di leggere le due etichette come versioni consecutive di un software. Il numero 5.0 segnala un ampliamento delle priorità industriali, non una rottura tecnologica dimostrata.
Qual è la differenza tra Industria 4.0 e 5.0 nelle quattro dimensioni decisive
Tecnologie: la distinzione non passa da due cataloghi contrapposti
Automazione, dati e interconnessione descrivono la logica con cui il 4.0 trasforma i processi. Macchine, sistemi informativi e beni immateriali concorrono a rendere le attività produttive più integrate e governabili attraverso le informazioni.
Il quadro italiano aiuta a distinguere il paradigma dal relativo strumento pubblico. La pagina del MIMIT sulla Transizione 4.0 collega gli incentivi agli investimenti in beni strumentali nuovi, materiali e immateriali, funzionali alla trasformazione tecnologica e digitale dei processi produttivi. Industria 4.0 è il paradigma; Transizione 4.0 è invece il piano italiano di agevolazioni.
La distinzione istituzionale tra 4.0 e 5.0 non si costruisce attraverso due inventari tecnologici reciprocamente esclusivi. Una soluzione digitale non diventa 5.0 soltanto perché è più recente o sofisticata. Conta il modo in cui viene progettata, impiegata e valutata. Le tecnologie possono quindi costituire una base condivisa, mentre cambiano le finalità assegnate all’investimento.
Obiettivi: dalla trasformazione digitale a una nozione più ampia di valore
Nel 4.0 il centro del progetto è la trasformazione dei processi mediante investimenti tecnologici e digitali. Automazione, disponibilità dei dati e interconnessione sono leve per integrare le attività e sostenere decisioni operative.
L’Industria 5.0 conserva queste possibilità, ma allarga il criterio con cui si giudica il risultato. La Commissione europea la definisce attraverso tre caratteri: antropocentrica, sostenibile e resiliente. Ricerca, innovazione e nuove tecnologie devono concorrere a una prosperità che vada oltre la sola crescita economica e l’occupazione, rispettando anche i limiti del pianeta.
Un processo più digitalizzato, pertanto, non è automaticamente un progetto 5.0. Per rientrare in questa impostazione deve rendere esplicito anche il contributo alle persone, alla sostenibilità e alla capacità di risposta dell’organizzazione.
Persone: da presenza operativa a criterio di progettazione
Attribuire le persone soltanto al 5.0 produrrebbe una contrapposizione artificiale. L’Industria 4.0 non esclude i lavoratori e non implica necessariamente una fabbrica senza intervento umano. Il cambiamento introdotto dal 5.0 è un altro: il benessere del lavoratore industriale viene collocato dichiaratamente al centro del processo produttivo.
Di conseguenza, la collaborazione tra persone e sistemi non è valutata soltanto in base a quanto automatizza. Diventano rilevanti anche gli effetti sull’organizzazione del lavoro, sulle competenze e sul ruolo decisionale dell’operatore. La tecnologia resta un mezzo, mentre la qualità della relazione tra innovazione e lavoro diventa parte del risultato.
A questo spostamento corrisponde il passaggio dal solo valore per gli azionisti a una prospettiva orientata agli stakeholder, cioè all’insieme dei soggetti coinvolti o interessati dall’attività industriale. Non cambia soltanto chi utilizza la tecnologia: si amplia la platea rispetto alla quale l’investimento deve dimostrare il proprio valore.
Sostenibilità e resilienza: non semplici effetti collaterali
Nel paradigma 5.0 la sostenibilità non coincide con la generica modernizzazione di uno stabilimento. Diventa un criterio di progettazione da considerare insieme alle prestazioni produttive, tenendo conto delle risorse impiegate e dei limiti ambientali.
La resilienza introduce un’ulteriore dimensione. Un sistema industriale non deve essere valutato soltanto quando opera in condizioni ordinarie, ma anche per la sua capacità di affrontare discontinuità e adattare processi e organizzazione. Digitalizzazione e interconnessione possono contribuire a questo obiettivo, ma la presenza della tecnologia non basta da sola a garantirlo.
Neppure questa distinzione autorizza a descrivere l’Industria 4.0 come necessariamente insostenibile o fragile. Nel 5.0, però, sostenibilità e resilienza passano da possibili risultati dell’innovazione a priorità dichiarate del modello industriale.
Un progetto può essere 4.0 nella tecnologia e 5.0 nell’impostazione
Una linea produttiva interconnessa che raccoglie e utilizza dati per governare il processo esprime una tipica architettura digitale 4.0. Se lo stesso progetto viene disegnato valutando anche il benessere delle persone, l’uso delle risorse e la capacità di reagire alle interruzioni, assume contemporaneamente l’impostazione più ampia dell’Industria 5.0.
Non c’è contraddizione. Il 4.0 può descrivere la struttura tecnologica dell’investimento; il 5.0 può descriverne la direzione industriale e sociale. È proprio questo rapporto a rendere impropria l’idea di una sostituzione automatica.
Resta inoltre necessaria una distinzione amministrativa: Industria 5.0, come impostazione europea, non è sinonimo automatico del Piano italiano Transizione 5.0. Allo stesso modo, adottare una tecnologia associata al paradigma 4.0 non basta, da solo, a dimostrare l’accesso a un’agevolazione. L’idoneità fiscale dipende dalle regole dello specifico strumento, non dall’etichetta scelta per raccontare il progetto.
Come classificare concretamente un investimento
Per capire quale modello descrive meglio un progetto aziendale, conviene partire da alcune domande sostanziali:
- Qual è l’obiettivo principale? Se prevale la trasformazione digitale, l’integrazione dei processi o l’impiego operativo dei dati, il progetto si colloca anzitutto nel perimetro 4.0.
- Come viene considerato il lavoro? Se il benessere delle persone e la qualità della collaborazione con i sistemi sono criteri espliciti di progettazione, emerge la dimensione antropocentrica del 5.0.
- La sostenibilità è misurata come obiettivo? Non basta un beneficio ambientale eventuale: nell’impostazione 5.0 il rispetto dei limiti del pianeta entra nella valutazione dell’innovazione.
- Il progetto affronta la resilienza? La capacità di adattarsi alle discontinuità deve essere parte del disegno industriale, non soltanto una conseguenza sperata.
- Si sta descrivendo un paradigma o richiedendo un incentivo? Nel secondo caso occorre verificare le condizioni del piano nazionale applicabile, senza dedurle dal solo nome Industria 4.0 o 5.0.
La classificazione più precisa, dunque, non assegna ogni investimento a una casella esclusiva. Un progetto è prevalentemente 4.0 quando il suo nucleo è la trasformazione tecnologica e digitale; assume una prospettiva 5.0 quando usa quella trasformazione per perseguire in modo esplicito centralità umana, sostenibilità e resilienza. Il numero successivo non cancella il precedente: ne cambia l’orizzonte.
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